Dibattito argomentato e regolamentato: le ragioni del metodo. Il progetto “Diatribein” chiude i lavori al Liceo Barbarigo.

Socrate e la disputa come antidoto al pensiero unico: è questa la sintesi emersa sabato 22 novembre al Liceo Barbarigo, durante la giornata conclusiva del progetto “Diatribein”. Cinque docenti universitari si sono confrontati sui presupposti etici, sociali e pedagogici del dibattito. Un dato è subito apparso evidente: tutti i modelli del dibattito richiamano Socrate, pur valorizzandone aspetti diversi.
L’incontro si è articolato attorno a due domande guida:
- Qual è la finalità pedagogica del dibattito?
- In che senso il giudizio del giudice può essere formativo? (ovvero: quale idea di verità è assunta nel dibattito?)
Dibattito, democrazia ed educazione
A introdurre i lavori è stato Carmine Moreno Conte, professore di Pedagogia all’Università di Padova, che ha evidenziato il legame tra dibattito, democrazia ed educazione.
Solo in un contesto pluralista – condizione essenziale della democrazia – il dibattito può diventare modello educativo: il pensiero dell’altro, inteso come dissenso argomentato, è il vero carburante del processo democratico.
Senza critiche e voci dissonanti non si può mettere alla prova la propria tesi. Per il cittadino democratico non basta chiedersi “a cosa serve?”: deve interrogarsi anche su ciò che è vero e giusto. In un ecosistema tecnologico che tende a premiare le opinioni più performative e conformi, il prof. Conte ricorda l’importanza della voce dissonante e del confronto reale: senza almeno due interlocutori non c’è dialogo, ma solo monologhi.
La struttura sillogistica della disputa medievale
In seguito, Elvio Ancona, professore di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Udine, ha svelato la struttura della disputa medievale. Il punto di partenza è la parola “utrum?”, che introduce le interrogative, conferendo loro una sfumatura peculiare: essa indica una domanda disgiuntiva, un bivio. I maestri del Medioevo, allenati da una logica impeccabile, erano capaci di individuare le cause ultime degli argomenti a favore e contrari.
Dopo il confronto, avvenuto rigorosamente secondo una struttura sillogistica, il maestro proponeva la soluzione non come imposizione dall’alto, ma un chiarimento logico fondato sui principi della materia trattata. Egli confutava argomenti falsi e distingueva i significati ambigui rendendo le ragioni di entrambe le parti. Logica, conoscenza degli argomenti e precisazione concettuale: questa era la disputa medievale. Il professore, grazie a questo esempio virtuoso, è riuscito a sottolineare i punti chiave: vero è ciò che emerge dal confronto con l’altro attraverso la logica e il responso del giudice risulta formativo perché coordina e colloca gli argomenti nella posizione adatta. La posizione migliore, quella “vera” è quella coerente che non si contraddice. Va rammentato però che il risultato è valido solo “rebus sic stantibus”. Questa metodologia permette quindi di sviluppare un atteggiamento di onestà intellettuale.
La struttura sillogistica della disputa medievale
Il secondo intervento, tenuto da Elvio Ancona, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Udine, ha illustrato la logica della disputa medievale. Tutto parte dall’interrogativo “utrum?“, che introduce una domanda disgiuntiva: un bivio, un’alternativa da esplorare.
I maestri medievali, formati da una logica rigorosa, individuavano le cause ultime degli argomenti a favore e contrari. Dopo il confronto, condotto secondo una struttura sillogistica, il maestro proponeva una soluzione non come imposizione, ma come chiarimento logico fondato sui principi della disciplina.
La disputa medievale si basava su tre elementi: logica, conoscenza approfondita degli argomenti, precisazione dei concetti.
La verità emergeva dal confronto e dal lavoro del giudice, che coordinava e ordinava gli argomenti in modo coerente. La conclusione era valida “rebus sic stantibus“, ovvero “a condizioni date”: proprio per questo la disputa sviluppava un forte senso di onestà intellettuale.
Retorica: danno o strumento di pluralismo?
Il terzo intervento è stato quello di Adelino Cattani, professore di Teoria dell’Argomentazione all’Università di Padova, che ha affrontato il tema della retorica. Da un lato essa rischia di scivolare nel sofismo; dall’altro è lo strumento che permette di parlare in modo chiaro e comprensibile a pubblici diversi.
Richiamando Perelman e Olbrechts-Tyteca, il prof. Cattani distingue tra retorica ingannevole e “buona retorica”: quest’ultima non è un pericolo, ma un presidio del pluralismo, capace di insegnare a esporre in modo comprensibile i propri punti di fronte ad auditori differenti.
Il modello del “Patavina Libertas”, da lui presentato, si fonda sull’idea di collaudo: sperimentare tesi opposte, rispondere alle obiezioni, gestire il conflitto e imparare a convivere con opinioni differenti. La verità non è un dogma, ma ciò che resiste al confronto.
Il contraddittorio come cardine istituzionale
A seguire, Paolo Sommaggio, professore di Metodologia della Didattica Giuridica all’Università di Padova, ha ricordato che il contraddittorio – oggi considerato essenziale per il “giusto processo” – è riconosciuto come principio giuridico solo dal 1999.
Per educare a questo principio nasce il modello “A Suon di Parole: il gioco del contraddittorio”, che si basa su tre elementi:
- una struttura socratica,
- l’analogia con il contraddittorio giuridico,
- una giuria tra pari.
La verità è considerata un processo dinamico: una giuria di pari elegge il vincitore motivando la propria decisione, cioè rendendo espliciti i criteri e il percorso logico che giustificano il giudizio.
Etica pubblica e mediazione
L’ultimo intervento è stato quello di Federico Reggio, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Padova. Il suo focus: l’importanza dell’etica pubblica.
Per il prof. Reggio, il dibattito – in continuità con l’eredità socratica – riequilibra la manipolazione dell’informazione attraverso la forza delle parole. Le competenze centrali diventano sintesi e mediazione: comprendere davvero il pensiero dell’altro è il primo passo per costruire uno spazio comune.
Il suo modello, il “Dibattito Mediativo”, non prevede giudici: i debattenti devono trovare un terreno condiviso, utilizzando tecniche di peacebuilding e mirate alla gestione dei conflitti.
Esiti della giornata
Il filo rosso emerso da tutti gli interventi è Socrate:
- è l’eco dissonante richiamata da Conte;
- è la matrice logica della disputa medievale;
- incarna il collaudo del “Patavina Libertas”;
- rappresenta il contraddittorio di “A Suon di Parole”;
- è il modello di mediazione evocato nel “Dibattito Mediativo”.
Le differenze tra i modelli non indicano contraddizione, ma complementarità: ciascuno mette in luce una funzione diversa dello stesso processo. Anche il metodo, come le opinioni che lo alimentano, richiede pluralità per generare una disputa sana e contemporanea.
La giornata ha rappresentato il culmine del progetto “Diatribein: lo scontro che crea incontro”, che ha coinvolto numerosi studenti universitari nella ricerca su temi di dibattito e comunicazione.
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Articolo scritto da Alessandro Draghi, con la supervisione editoriale di Samantha Lincetto