Entusiasmo

Una rosa bianca e il rischio dell’entusiasmo assoluto
«Tutto ebbe inizio con una rosa, una singola rosa bianca.»
I suoi candidi petali venivano colpiti dalla luce del sole, esaltandone la leggerezza. Nessuna macchia osava deturpare la sua regalità e la sua perfezione quasi marmorea non poteva che ricordare capolavori del calibro de La Pietà di Michelangelo: si trattava di un unicum in mezzo al ciclo di nascita e morte della natura.
Il giardiniere, estasiato dalla visione, capì presto che la bellezza della rosa bianca non era un dono, ma un ordine che esigeva obbedienza.
Giorno dopo giorno, andava aggiungendo nuovi dettagli: prima un sentiero di ghiaia finissima, poi una siepe di bosso tagliata con precisione millimetrica e infine un muretto. Tutto era pulito, silenzioso, privo di ambiguità. Ogni tassello del suo progetto non era scelto per la sua vitalità, ma perché si avvicinasse a quel primo, ideale modello di bellezza.
Il giardino si era appena trasformato in un sistema di gerarchie: il giardiniere non stava più coltivando la terra; stava edificando un tempio alla perfezione.
I frutti del suo lavoro non tardarono a manifestarsi, tanto che la rosa cresceva sempre più rigogliosa, rivelando al mondo le sue gemme. Poi, inevitabilmente, arrivarono le prime erbacce.
Inizialmente erano solo piccoli steli di tarassaco, ma agli occhi del giardiniere apparvero come cicatrici su un volto perfetto. Con sapere chirurgico, eliminò le loro radici e, nel farlo, provò gioia. Fu allora che la cura si trasformò in bonifica.
Con le forbici in mano, l’uomo iniziò a guardarsi intorno con un occhio nuovo: un occhio che non cercava più cosa nutrire, ma cosa eliminare.
Iniziň a guardare con sospetto i fiori selvatici che parevano essere troppo vicini alla rosa. Quelli che un tempo erano “utili riempitivi”, ora apparivano come macchie di caos che distraevano dalla purezza della rosa. Li strappò via in un pomeriggio di pioggia, convinto che il terreno avesse bisogno di respirare una purezza senza compromessi.
La loro estirpazione aveva reso l’area più ordinata.
Tuttavia, la sua attività di pulizia non si fermò a questi. Caddero i papaveri, perché troppo rossi, rei di un contrasto eccessivamente forte rispetto alla rosa bianca; cadde il glicine, perché troppo vigoroso, a causa della sua forza, che appariva come una minaccia di soffocamento; tacquero persino le erbe aromatiche, il cui odore fu giudicato un inquinante troppo intenso per la casta fragranza della regina del giardino.
Si decise quindi di epurare gli eccessi finché non avesse trovato un’armonia tra il giardino e l’ideale di bellezza geometrica ispirato dalla rosa.
Dopo un’estenuante giornata di lavoro, finalmente era riuscito nel suo intento: il giardino era perfetto, ordinato e nessuna pianta avrebbe deturpato l’ordine di bellezza della rosa.
Il giardiniere, guardandosi le mani sporche di terra, provò una grande soddisfazione. Egli sapeva di aver agito secondo il dovere. Perché avrebbe dovuto risentirsi per i cadaveri dei fiori? Non era forse colpa loro se avevano piantato le loro radici vicino alla rosa?
A chi avrebbe obiettato la precedenza dei papaveri e del glicine o la possibilità di una loro convivenza, egli avrebbe ribattuto che la perfezione, per essere tale, non avrebbe potuto e dovuto scendere a compromessi.
Alla fine, il giardiniere sapeva quanto fosse inutile discutere; gli altri non avevano visto la rosa e quindi non avrebbero mai potuto capire.
Ora non c’era nessun eccesso, ogni differenza era stata purificata. Il giardiniere rimase con la sua rosa circondata da un deserto di terra nuda e da recinti di bosso.
Aveva ottenuto la perfezione, ma non si accorse che in quel silenzio assoluto l’unica cosa capace di germogliare era la solitudine.
Questa favola articola e raffigura un tema tanto antico quanto presente nella tradizione occidentale.
La rosa, sebbene bellissima in sé, passa dall’essere l’ideale da proteggere alla causa dell’estirpazione di tutte le altre piante. Così come non si può pensare un giardino composto da una sola pianta, allo stesso modo non si può sostenere una società composta da una sola visione del mondo.
Lo scrittore Milan Kundera riporta tale tematica intrecciando il tema del Kitsch – bello, ma alieno alla vita – con quello della responsabilità dell’innocenza, creando così un confronto antitetico tra la tragedia antica e quella contemporanea.
Edipo, agendo senza sapere, finisce per diventare egli stesso causa di ingiustizia. Il suo atto di privarsi della vista non è solo una punizione che altera il suo stato in negativo, ma consiste anche nel prendere consapevolezza di aver condotto una vita senza aver mai visto davvero.
Riprendendo questa linea tematica, Kundera, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, tocca il nucleo della questione mettendolo a nudo in modo lapidario:
«[…] i regimi criminali non furono creati da criminali, ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. […] Un imbecille seduto su un trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?»
M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, pp. 180-181.
Questa citazione evidenzia una triste verità: ad aver realizzato le più terribili scelleratezze nella storia umana non sono state persone malvagie, ma persone “normali”, convinte di aver trovato in un ideale la panacea per tutti i mali.
Ovviamente, non è il fatto di nutrire passioni e convinzioni a renderci carnefici, ma il non possedere un senso di responsabilità e di autocritica verso ciò che riteniamo giusto.
Kundera si sofferma proprio su questo punto, sottolineando come i contemporanei non solo diano per scontata la correttezza dei propri ideali, ma – una volta che il loro paradiso si rivela essere un inferno – siano persino incapaci di accettare la responsabilità del proprio entusiasmo.
Edipo, a differenza loro, paga per la propria inconsapevolezza senza usarla per giustificarsi.
Seguendo il filo rosso che dalla favola ci conduce fino a Kundera, sorgono inevitabilmente alcune domande:
- Quanto spesso ci interroghiamo sul perché riteniamo corretto un ideale?
- Quante volte ricostruiamo il percorso argomentativo che ci ha portato a sposare una visione del mondo invece di un’altra?
Accade raramente. Eppure, proprio come gli entusiasti e il giardiniere, finiamo per orientare tutte le nostre azioni secondo quell’ideale, senza nemmeno cercare argomenti a sostegno.
Sarebbe interessante approfondire ulteriormente la questione considerando la figura del “cavaliere delle virtù” nella Fenomenologia dello Spirito di G.W.F. Hegel: una figura che lotta in modo donchisciottesco per realizzare il bene, senza interrogarsi davvero sul significato di quella parola e senza chiedersi se il mondo abbia bisogno di qualcuno che gli dica come comportarsi.
Questo ci porterebbe, tuttavia, a riflettere entro quali limiti abbia senso perseguire i propri ideali, distogliendo l’attenzione dalla questione preliminare: l’atteggiamento critico.
Per questo motivo è importante soffermarsi sul monito di Kundera riguardo al modo in cui ci rapportiamo alle nostre visioni del mondo.
Il vero problema non nasce quando si apre un conflitto tra opinioni, ma quando quel conflitto si radicalizza e si polarizza. Nel momento in cui siamo troppo entusiasti di un’idea finiamo per diventare ciechi e tendiamo a eliminare tutto il resto.
In un mondo in cui l’altro viene eliminato, si elimina anche il confronto.
La riflessione di Kundera diventa quindi la condizione stessa del dibattito democratico: non significa smettere di credere nei propri ideali, ma essere pronti a considerare seriamente le critiche e ad accettare che anche le proprie convinzioni possano presentare delle falle.
In una democrazia sana il fiore perfetto sa convivere senza assurgere al diritto di estirpare gli altri in nome di un ideale.
Se non mettiamo in discussione il nostro cieco entusiasmo, rischiamo – come il giardiniere – di ritrovarci con una sola rosa. Una singola rosa bianca.
Articolo scritto da Alessandro Draghi
Pubblicazione a cura di Samantha Lincetto